E quindi uscimmo a riveder le stelle..

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Nell'anno del 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, vogliamo ricordare come il Sommo Poeta, con la sua Divina Commedia, avesse incuriosito talmente il genio di Galileo così che il Galilei tenne due memorabili lezioni sulla discussa geografia e struttura dell'inferno dantesco presso l'Antica Accademia Fiorentina fondata dalla famiglia Medici nel 1462 dalle quali emersero le importanti leggi di scala e il primo studio delle proprietà dei materiali.

Galileo Galilei nacque a Pisa il 15 Febbraio del 1564 da Vincenzo Galilei e Giulia degli Ammannati. La rivoluzione che lui portò all'interno della scienza antica e dello studio dei fenomeni naturali, dipese direttamente dell'ambiente culturale in cui nacque e visse. Fu influenzato e influenzò la musica, l'arte pittorica e la letteratura.

Il padre Vincenzo era un importante musicista e fu protagonista della rivoluzione musicale. Suonatore di liuto era anche teorico della musica e fu membro della Camerata Fiorentina, un gruppo di intellettuali guidati e aiutati da Giovanni De Bardi. Vincenzo Galilei insieme ad un gruppo di intellettuali e musicisti pensò ad un programma di rinnovamento, con l'obiettivo di creare una "nuova musica" che potesse sfuggire agli stretti dettami delle regole armoniche: una musica monodica che potesse esprimere i sentimenti con il ritmo e l'intonazione delle parole.

liuto.jpgLa prima opera creata con questa "nuova musica" e sfortunatamente perduta fu "L'Euridice" di Peri e Rinuccini, eseguita alle nozze di Maria de Medici con Enrico IV Re di Francia nel 1600.

Questo processo di rinnovamento portò ad un grandissimo risultato: la creazione de l'"Opera", una nuova forma di teatro e musica. Inoltre il contributo della famiglia Galilei portò anche grandi sviluppi nell'ambito dell'acustica. Vincenzo assieme al figlio Galileo tornato a Firenze dopo aver lasciato l'Università di Pisa dove stava studiando medicina, si mise a studiare i cambiamenti di frequenza della corda in base alla sua lunghezza e alla sua tensione, attraverso veri e propri esperimenti. Fu uno dei primi momenti in cui la matematica e le leggi fisiche entrarono nel mondo della musica e della cultura, apportando grandi cambiamenti.

Il ragionamento rivoluzionario basato su prove e controprove scientifiche che il padre Vincenzo Galilei fece in ambito musicale, Galileo lo applicò allo studio del fenomeni naturali. Possiamo perciò affermare che per più di una delle più importanti scoperte scientifiche Galileo Galilei è stato chiaramente influenzato dalla cultura del periodo e in particolare da musica, letteratura e poesia. Pittura e arte della prospettiva, assieme alla scoperta del cannocchiale, lo aiutarono a fondare le basi della nuova astronomia.

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Il Cannocchiale di Galileo Galilei

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La lente obiettiva di Galileo Galilei

meridiana_944.jpgIl Museo Galileo (prima Istituo e Museo di Storia della Scienza)

Galileo e l'Inferno di Dante

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0398_unibertsoa.jpgCertamente uno dei momenti più caratteristici della vita di Galileo, dove si assiste all'utilizzo del metodo scientifico e dei conti matematici in ambito letterario, è stato quando il grande scienziato fu chiamato per dirimere una questione da tempo discussa: la reale geografica e struttura dell'Inferno di Dante. Era il 1588, e Galileo aveva appena ventiquattro anni, quando fu invitato all'Accademia Fiorentina per tenere due lezioni. L'obiettivo dello scienziato era di far comprendere alla società che i calcoli matematico-tecnici potevano dare un contributo forte anche ai dibattiti culturali più nobili e acquisire uno status intellettuale più elevato.

La conoscenza che Galileo aveva dell'arte pittorica con le sue prospettive e le sue ombre fu per lui di grande aiuto nelle osservazioni astronomiche. Nel 1610 Galileo pubblicò il "Sidereus Nuncius" un libro di 60 pagine comprensivo di alcuni bellissimi disegni fatti personalmente, per spiegare al meglio le sue osservazioni telescopiche: le sue scoperte sulla Luna e il calcolo delle altezze delle sue montagne, sulla Via Lattea, e i Pianeti in particolare sul pianeta Giove. Tali scoperte cambiarono radicalmente la visione dell'Universo. Galileo infatti attraverso il suo famoso cannocchiale detto telescopio (dal greco tele = "lontano" e skopeo = "osservo") conferma la teoria di Copernico che, al contrario di quanto affermava il Sistema Tolemaico, non riteneva la Terra l'elemento centrale del nostro Universo bensì il Sole, al quale la Terra ruota intorno.

Nel 1610 Galileo si trasferisce a Firenze dove il Granduca Cosimo II dè Medici gli offre il sostegno necessario a continuare i suoi studi, senza l'obbligo di insegnare, per dedicarsi completamente alle sue rivoluzionarie teorie. Nel 1616 la Chiesa condanna la Teoria Copernicana obbligando Galileo a rinunciare a sostenerla. Galileo pur tentando di trovare un accordo con  Papa Urbano VII non rinuncia ai suoi studi e nel 1630 comincia la stesura delle sua opera più famosa: il "Dialogo sopra i due massimi sistemi". Questi erano quello Tolemaico e quello Copernicano, dove quest'ultimo viene appunto ritenuto il più veritiero. Il libro viene pubblicato nel 1632, l'anno successivo l'Inquisizione del Sant'Uffizio sottopone Galileo a processo e lo costringe all'abiura delle sue ricerche e affermazioni, agli arresti domiciliari e alla condanna. Nel 1633 grazie all'Arcivescovo Ascanio Piccolomini, Galileo si trasferirà, dopo la condanna da parte della Santa Inquisizione, da Roma a Siena dove lo stesso Arcivescovo cercò di rendere la permanenza dello scienziato, triste e depresso a causa dell'abiura commessa, più serena possibile facendogli degustare gli squisiti vini delle campagne senesi e incoraggiandolo nelle sue ricerche sui principi della meccanica e sulla gravitazione universale, ospitandolo nella sua dimora il Palazzo delle Papesse di Siena.

L'ingiustizia della condanna da parte dell'Inquisizione cattolica fu palese per la Chiesa solo nel 1992, anno in cui il Papa Giovanni Paolo II durante la sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, riabilitò Galileo e le sue innovative scoperte scientifiche.

Museo Galileo - Istituto e Museo di Storia della Scienza

Piazza dei Giudici 1
50122 Firenze
ITALIA

Tel: +39 055 265 311
Fax: +39 055 265 3130
Sistema automatico di informazione (in funzione 24 ore su 24): +39 055 293 493

info@museogalileo.it

Orari di apertura

Il museo è aperto tutti i giorni, incluso domeniche e festivi, ad eccezione del 1 gennaio e 25 dicembre.  Dal lunedì alla domenica 9.30-18.00  Martedì 9.30-13.00

Villa Il Gioiello

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Villa Il Gioiello è posta nella piccola zona collinare a sud di Firenze chiamata Arcetri, oggi sede della rinomata Università di Astrofisica di Firenze.

E' celebre per essere stata residenza di Galileo Galilei dal 1631 fino alla sua morte nel 1642. Il suo nome deriva dalla posizione favorevole sulle colline fiorentine vicino alla Torre del Gallo. E' una casa signorile con alcuni ettari di podere.

La dimora fu consigliata dalla figlia Suor Maria Celeste, alla nascita Virginia, che era monaca clarissa di clausura nel convento di San Matteo in Arcetri e con la quale mantenne un rapporto epistolare intenso.

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I possedimenti della villa e quelli del convento erano confinanti. Il consiglio arriva per la necessità di avere il padre più vicino a lei.

Il padre alla fine ci visse solo dopo l'abiura confinato agli arresti domiciliari. Nonostante i rigidi controlli da parte del Sant'Uffizio, Galileo ricevette le visite di illustri personaggi tra i quali Ferdinando II de' Medici, il pittore Giusto Sustermans, che fece il suo più famoso ritratto, e giovani scienziati come Torricelli e Viviani che lo assistettero fino la morte.

Justus_Sustermans.jpgVincenzo Viviani nel 1639 all'età di 17 anni divenne assistente di Galilei ad Arcetri insieme al matematico e fisico Evangelista Torricelli che Galilei volle ospite fisso in casa sua e che dopo la sua morte il Granduca Ferdinando II de Medici, nomino come successore dello stesso Galileo alla cattedra di matematica presso l'Accademia fiorentina. Fino alla morte del maestro nel 1642 il Viviani, grande scienziato che il Granduca Ferdinando II nominò Ufficiale dei Fiumi, nonché uno degli illustri partecipanti del Gabinetto Sperimentale personale del Granduca chiamato l'Accademia del Cimento, raccolse i manoscritti, i documenti, le lettere personali di Galileo cercando di conservarne la memoria e di creare un archivio storico del grande astronomo.

Galileo_e_Viviani.jpgTito Lessi, Galileo Galilei già cieco parla con Vincenzo Viviani nella Villa di Arcetri


L'Accademia del Cimento, prima accademia scientifica moderna che tra i suoi fondatori aveva appunto gli allievi di Galilei, tra i quali Evangelista Torricelli, Vincenzo Viviani, Niccolò Stenone, Francesco Redi e Lorenzo Magalotti, aveva adottato come proprio motto "Provando e Riprovando". Tale frase è stata ripresa dal Canto III del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Nel suo viaggio attraverso il Paradiso Dante è guidato da Beatrice, [..] "quel sol che pria d'amor mi scaldò il petto", la quale Provando e Riprovando [..] cioè argomentando e contro argomentando, gli rivela la natura della Verità. Tale motto verrà ripreso e messo a simbolo dell'Accademia scientifica del Cimento e sarà alla base della Scienza Moderna, infatti come le reiterate esperienze di Galileo rivelarono la verità sull'Universo, così la Scienza Moderna ha come obiettivo quello di verificare con metodologia rigorosamente sperimentale (Provando e Riprovando) i principi della filosofia naturale:

[..]"quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto, di bella verità m'avea scoverto, provando e riprovando, il dolce affetto [..]

(versi 1-3 III Canto del Paradiso)


Intorno alla metà del 700 la Chiesa permise che la salma del grande scienziato Galileo Galilei, divenuto cieco negli ultimi anni della vecchiaia, fosse seppellita nella basilica di Santa Croce a Firenze. Il monumento funerario, collocato non a caso esattamente di rimpetto alla tomba del Buonarroti, fu realizzato in parte con i fondi lasciati appositamente da Vincenzo Viviani che in seguito qui fu sepolto accanto al suo grande Maestro.

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La tomba di Galileo Galilei all'interno della Chiesa di Santa Croce a Firenze


Oggi sebbene spoglia e senza arredi il fascino della Villa il Gioiello è rimasto intatto. Pezzi originali sono il pavimento in cotto, e alcuni decori nella stanza di ricevimento e nella camera da letto.

Suggestiva è la vista dall'ampio loggiato, dal quale Galileo continuò a fare le sue osservazioni astronomiche.

La villa ha una forma ad U che abbraccia il cortile interno che presenta un loggiato a due ordini. La facciata sulla strada è molto sobria. Monumento nazionale dal 1920, oggi è appartiene al Dipartimento di Astronomia dell'Università di Firenze, e dopo un lunghissimo restauro dal 2008 è aperta al pubblico.

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Villa Il Gioiello

VILLA IL GIOIELLO

Via del Pian dei Giullari 42
50125 Firenze

Lun-ven
Tel. 055 2756444

Orario

Sabato e domenica
con visita guidata e prenotazione obbligatoria

Prenotazioni e Guide Turistiche

Tel. 055 2756444
edu@msn.unifi.it

 

OSSERVATORIO DI ARCETRI

Largo Enrico Fermi, 5, 50125 Firenze

Visite guidate diurne e notturne

Dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 12:00 al numero: 055 2752280

Scrivere a: richiesta_visita@arcetri.astro.it

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 Arcetri - Teatro all'aperto

Archivio:

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Canto III del Paradiso

Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto
di bella verità m'avea scoverto, 
provando e riprovando, il dolce aspetto;                         3

e io, per confessar corretto e certo 
me stesso, tanto quanto si convenne 
leva' il capo a proferer più erto;                                        6

ma visione apparve che ritenne 
a sé me tanto stretto, per vedersi, 
che di mia confession non mi sovvenne.                       9

Quali per vetri trasparenti e tersi, 
o ver per acque nitide e tranquille, 
non sì profonde che i fondi sien persi,                          12

tornan d'i nostri visi le postille 
debili sì, che perla in bianca fronte 
non vien men forte a le nostre pupille;                          15

tali vid'io più facce a parlar pronte; 
per ch'io dentro a l'error contrario corsi 
a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.                   18

Sùbito sì com'io di lor m'accorsi, 
quelle stimando specchiati sembianti, 
per veder di cui fosser, li occhi torsi;                              21

e nulla vidi, e ritorsili avanti 
dritti nel lume de la dolce guida, 
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.                       24

«Non ti maravigliar perch'io sorrida», 
mi disse, «appresso il tuo pueril coto, 
poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida,                           27

ma te rivolve, come suole, a vòto: 
vere sustanze son ciò che tu vedi, 
qui rilegate per manco di voto.                                        30

Però parla con esse e odi e credi; 
ché la verace luce che li appaga 
da sé non lascia lor torcer li piedi».                               33

E io a l'ombra che parea più vaga 
di ragionar, drizza'mi, e cominciai, 
quasi com'uom cui troppa voglia smaga:                     36

«O ben creato spirito, che a' rai 
di vita etterna la dolcezza senti 
che, non gustata, non s'intende mai,                             39

grazioso mi fia se mi contenti 
del nome tuo e de la vostra sorte». 
Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:                               42

«La nostra carità non serra porte 
a giusta voglia, se non come quella 
che vuol simile a sé tutta sua corte.                               45

I' fui nel mondo vergine sorella; 
e se la mente tua ben sé riguarda, 
non mi ti celerà l'esser più bella,                                    48

ma riconoscerai ch'i' son Piccarda, 
che, posta qui con questi altri beati, 
beata sono in la spera più tarda.                                    51

Li nostri affetti, che solo infiammati 
son nel piacer de lo Spirito Santo, 
letizian del suo ordine formati.                                        54

E questa sorte che par giù cotanto, 
però n'è data, perché fuor negletti 
li nostri voti, e vòti in alcun canto».                                  57

Ond'io a lei: «Ne' mirabili aspetti 
vostri risplende non so che divino 
che vi trasmuta da' primi concetti:                                  60

però non fui a rimembrar festino; 
ma or m'aiuta ciò che tu mi dici, 
sì che raffigurar m'è più latino.                                        63

Ma dimmi: voi che siete qui felici, 
disiderate voi più alto loco 
per più vedere e per più farvi amici?».                           66

Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco; 
da indi mi rispuose tanto lieta, 
ch'arder parea d'amor nel primo foco:                          69

«Frate, la nostra volontà quieta 
virtù di carità, che fa volerne 
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.                  72

Se disiassimo esser più superne, 
foran discordi li nostri disiri 
dal voler di colui che qui ne cerne;                                 75

che vedrai non capere in questi giri, 
s'essere in carità è qui necesse
e se la sua natura ben rimiri.                                          78

Anzi è formale ad esto beato esse 
tenersi dentro a la divina voglia, 
per ch'una fansi nostre voglie stesse;                           81

sì che, come noi sem di soglia in soglia 
per questo regno, a tutto il regno piace 
com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.                       84

E 'n la sua volontade è nostra pace: 
ell'è quel mare al qual tutto si move 
ciò ch'ella cria o che natura face».                                 87

Chiaro mi fu allor come ogne dove 
in cielo è paradiso, etsi la grazia 
del sommo ben d'un modo non vi piove.                      90

Ma sì com'elli avvien, s'un cibo sazia 
e d'un altro rimane ancor la gola, 
che quel si chere e di quel si ringrazia,                         93

così fec'io con atto e con parola, 
per apprender da lei qual fu la tela 
onde non trasse infino a co la spuola.                          96

«Perfetta vita e alto merto inciela 
donna più sù», mi disse, «a la cui norma 
nel vostro mondo giù si veste e vela,                             99

perché fino al morir si vegghi e dorma 
con quello sposo ch'ogne voto accetta 
che caritate a suo piacer conforma.                              102

Dal mondo, per seguirla, giovinetta 
fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi 
e promisi la via de la sua setta.                                     105

Uomini poi, a mal più ch'a bene usi, 
fuor mi rapiron de la dolce chiostra: 
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.                                    108

E quest'altro splendor che ti si mostra 
da la mia destra parte e che s'accende 
di tutto il lume de la spera nostra,                                  111

ciò ch'io dico di me, di sé intende; 
sorella fu, e così le fu tolta 
di capo l'ombra de le sacre bende.                               114

Ma poi che pur al mondo fu rivolta 
contra suo grado e contra buona usanza, 
non fu dal vel del cor già mai disciolta.                         117

Quest'è la luce de la gran Costanza 
che del secondo vento di Soave 
generò 'l terzo e l'ultima possanza».                            120

Così parlommi, e poi cominciò 'Ave
Maria' cantando, e cantando vanio 
come per acqua cupa cosa grave.                                123

La vista mia, che tanto lei seguio 
quanto possibil fu, poi che la perse, 
volsesi al segno di maggior disio,                                126

e a Beatrice tutta si converse; 
ma quella folgorò nel mio sguardo 
sì che da prima il viso non sofferse;

e ciò mi fece a dimandar più tardo.                               130


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Le lettere di Suor Maria Celeste a suo padre Galileo Galilei  rimaste sono n.124 e sono contenute nel Tomo XIII della Parte I dei Manoscritti Galileiani conservati presso la Biblioteca Nazionale di Firenze.

Le lettere di Galileo invece sono scomparse forse disperse o fatte scomparire.


 

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